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Il talento

Uno, nessuno o centomila: riflessioni in evoluzione

Avete mai provato a chiedervi cosa sia il talento o chi sia una persona di talento?

Partiamo da lontano per ritrovarne l’origine del nome e arriviamo in Grecia prima dell’anno zero. A quel tempo era una moneta, un’unita di misura e descriveva il “peso portato”. Diviene un dono parecchio tempo dopo, dopo l’anno zero, per l’esattezza. E non più in Grecia ma in Palestina, per la precisione geografica.

 Oggi, nella nostra accezione comune, è molto più forte la visione metaforica (presa dai Vangeli e dalla parabola dei talenti in cui Gesù raffigura nei talenti i doni dati da Dio agli uomini) che quella pragmatica di utilizzo. E noi indecisi sul significato ci perdiamo nel capire cosa possa essere il talento in noi. In me.

Mi piacerebbe che mi seguiste in questa riflessione. Mi piacerebbe che alla fine della lettura, sia che siate avvezzi al self-assessment (come dicono quelli bravi) sia che non lo siate affatto, possiate scoprire un pezzettino in più del vostro rapporto con il talento e, se brava lo fossi anche io, un pezzettino in più di voi.

Il talento: naturale o allenabile

Ebbene, io da un po’ nelle aule o nei percorsi di sviluppo faccio questa domanda. Chi ha talento, cos’è il talento per te?

In un impeto di performance lavorativa, ho fatto queste domande anche alla mia estetista (se state arricciando il naso alla parola estetista, cambiatela con edicolante, farmacista, avvocato, amministratore delegato. Fate voi, la sostanza non cambia! E, in aggiunta, datemi tempo di scrivere un prossimo post legato alla responsabilità ed alla legittimità).

Invariabilmente ottengo lo stesso tipo di risposte: un elenco lunghissimo di persone che ci sono riuscite, che si sono arricchite (follemente arricchite!) e che lo fanno sembrar facile, fin quasi essere divertente.

Ciò che ottengo come risposta non ha a che fare con il talento, né con elenchi di talenti. Ciò che ottengo è un elenco di risultati.

Pensaci, quando hai risposto tu alla domanda, cosa hai risposto?

I risultati sono solo una parte del processo, dipendono da tanti fattori (tra cui uno importante è dato dal caso), prevedono la considerazione di più variabili (tra cui una importante è l’imprevedibilità) e necessitano il coinvolgimento di più persone (e quindi occorre considerare anche la loro motivazione ed i loro interesse).

Tutto ciò è molto valido, ma distante dal talento. Secondo me.

Così è più difficile, mi sono detta, arrivare alla radice del talento ed accettare l’ipotesi che:

  1.  il talento lo devi riconoscere in te,
  2.  il talento ti fa far fatica. Tanta.
  3. per il talento devi trovare spazio (nella tua vita, oltre le critiche, oltre gli ostacoli, oltre le delusioni).

La mia scoperta e la fatica del talento

Io ho scoperto tardi il mio talento. Ero già grande, avevo già provato e scartato tre o quattro strade professionali e stavo facendo un master con tutt’altra intenzione. Insomma, io il mio talento l’ho scoperto seguendo un colpo di fulmine improvviso, di cui non conoscevo bene tutte le ripercussioni. Un po’ come quegli amori adolescenziali che arrivano sotto l’ombrellone e poi ti accompagnano ben oltre il panettone…

E, da quel giorno, ho iniziato a pensarci su. Più domande che risposte, in realtà. E ogni tanto ne aggiungo una: sono partita dal chiedermi qual è il mio? Ne ho solo uno? Come lo fortifico? Al chiedermi cosa è per me? Se ne possono acquisire di nuovi, di quelli che magari vediamo negli altri? O di quelli che il contesto ritiene necessari per innovare, essere un punto di svolta, fare la differenza. Lo scopriamo tutti per caso, come è accaduto a me oppure come? Quelli che nascono volendo fare “il medico” è perché danno retta alla loro vocina interiore o perché sono fortunati? E Tu, Tu hai scoperto il tuo? Come?

Al momento sono approdata al rapporto che lega il talento alla responsabilità. Il talento è una responsabilità. Solo mia, solo tua, solo “nostra”. Di quel nostro che ci fa partecipi della cosa pubblica e che allontana il concetto indefinito e fumoso di “sistema”, per esempio.

Se vogliamo che il talento diventi tale (perché dalla famosa domanda e dalla conseguente elenco di persone che hanno talento io riesco a vedere il risultato di cosa abbiamo potuto fare e raggiungere avendo sudato perché tale talento si manifestasse) lo dobbiamo nutrire, dobbiamo prendercene cura e difenderlo: dalla stanchezza che procrastina, dalla fatica che allontana, dall’invidia che sminuisce, dall’ignoranza che non riconosce, dall’ambizione che non coltiva e dalla determinazione che non si concede tempo. Nei casi più duri dobbiamo preservarlo persino dall’ambiente più intimo ed accogliente che lo soffoca, lo indirizza o non lo ammette.

La parte scomoda del talento

Ho iniziato a pensare al talento riconoscendo i talenti nascosti degli altri (il giardino del vicino è sempre più verde!): quello di mia cugina nel condurre per mano la sua famiglia in un momento delicato o quello di un mio compagno di master nel gestire contesti complessi.

Ho notato che del talento degli altri vediamo solo la punta dell’iceberg e che gli altri potrebbero considerare lo stesso su di noi. Che vedere solo la parte bella del talento nell’altro non ci permette di ammettere che il talento ha una parte faticosa, noiosa, scomoda e che, siccome è una nostra responsabilità, se tutti saranno pronti a condividere con noi il “momento premiazione” nel “momento puzzolente” saremo soli!

Per arrivare ad accendere il nostro talento dobbiamo fare i conti con assenze, solitudini, errori (tantissimi), con la paura di sbagliare ancora, di non essere all’altezza, di non essere abbastanza, e nei casi in cui il talento ci porti lontano, addirittura di non essere più noi. Di essere soli. Se accettiamo di avere talento, dobbiamo accettare inevitabilmente che possiamo farcela se vogliamo farcela. Certo, occorre riconoscerlo questo nostro bene-detto talento.

Riconoscere il talento

Alcune volte è facile (so giocare a calcio, cantare, disegnare, recitare) è sotto gli occhi di tutti, inizia come un gioco naturale e mi accompagna da sempre. Altre volte è complesso perché attiene ad aree di potenziale meno conosciute: il mio talento ha a che fare con il comprendere i “come” delle persone, i loro percorsi e processi: faccio fatica dargli un nome, oggi. Vi immaginate come sarebbe stato spiegarlo alla mia compagna di scuola bravissima a disegnare?

Non sto parlando di empatia né di aiuto. Non sono (e chi mi conosce bene può produrre testimonianze dettagliatissime) né una “buona”, né una psicologa! Il mio talento che ha a che fare con la logica, l’analisi, i processi, il riconoscimento di mappe mentali e l’ho applicato al campo HR: nella consulenza di processo, nel coaching, nella formazione.

L’ho incontrato per un amore improvviso. Avrei potuto scoprirlo prima?

Avrei dovuto sapere prima che il talento ed il suo risultato sono due cose diverse, che ciascuno ha un suo talento e che occorre fidarsi un po’ di sé per incontrarlo.

Una riflessione aperta

Un’altra cosa su cui sto riflettendo sono le caratteristiche di questo incontro: crediamo possibile che in ciascuno di noi alberghino uno o più talenti? O consideriamo il talento un regalo, un dono (divino, magari)?

Alla seconda possibilità io non credo: chi sceglie? Come? In base a cosa? Per quali meriti: di questa o altre vite passate? Il talento allora diventerebbe una forma di compensazione o di debito travalicando i confini dell’uomo… Non abbiamo molte speranze di incontrarlo se qualcuno di sua benevolenza ce lo deve regalare.

Sono una forte sostenitrice della prima possibilità: noi siamo esseri di talento e dobbiamo assumerne la responsabilità, la fatica ed il gran divertimento di scoprirlo ed alimentarlo. Potremmo, addirittura, sorprenderci di quanti talenti nel viaggio della nostra vita potremmo svilupparne. Sono una forte sostenitrice dell’idea che il talento sia una predisposizione che se coltivata e valorizzata diviene una parte di me solida e feconda.

In questa direzione divengono fondamentali due cose: consapevolezza di sé e lungimiranza speranzosa. La prima mi conduce ai confini del mio ingegno, la seconda mi dona energie e motivazioni per rendere valicabili quei confini e rafforzare le fondamenta del mio io. Cogito ergo sum si diceva un tempo, mi piacerebbe si iniziasse a dire Habeo talenta , ergo sum.

la prima pubblicazione la trovate qui.

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