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Failourish: il coraggio dell’errante

“Quante persone siamo state dall’ultima volta che abbiamo provato ad essere noi stessi?” (O. Campofreda, Ragazze perbene, 2023, NNE)

Nassim Nicholas Taleb parla di “prosperare nelle avversità”. L’intera scoperta dell’Antifragilità, come competenza, strumento e strategia, è costruita attorno alla potenza che racchiude in sé il termine prosperare.

Anche nelle Organizzazioni, da qualche anno, attraverso la formazione, il coaching ed i team-coaching, i team-building e le altre attività Corporate, si stanno affrontando le tematiche legate all’incertezza, all’instabilità all’ambiguità che, generando scenari complessi, favoriscono più l’errore che il raggiungimento del risultato.

Da quando ho letto Antifragile di Taleb (2012) il concetto di prosperare ha colpito la mia immaginazione: è verbo latino, vuol dire rendere prospero, è detto di ciò che cresce o si sviluppa. E’ un verbo che non usavo, che ancora uso con parsimonia, sia professionalmente sia personalmente.

Eppure.

Eppure, trovo che sia un verbo di grande potenza e molto evocativo. Non vuol dire semplicemente migliorare, sbocciare. Prosperare aggiunge lo star bene nel farlo, vuol dire efficienza ed efficacia con soddisfazione, ammette, prosperare, l’eccellenza tra i suoi confini. Se rimaniamo al significato latino, possiamo aggiungere anche la felicità.

Nel nostro quotidiano – dove a crisi segue crisi, ad incertezza segue timore, ad instabilità segue inefficacia – come possiamo prosperare, considerando tutto questo? E come possiamo provare ad essere “noi stessƏ”?

La risposta che mi sono data è imparare ad usare l’errore, il fallimento, attingendo a noi, alle nostre competenze, al nostro “essere umanƏ”: qualcuno la chiama diamon[1], qualcun altro viventia[2], qualcun altro protagonismo[3]. A me piacciono tutti, attingono ad aree diverse di me (di noi) e mi (ci) spingono ad essere soddisfatta e felice di ciò che sono (siamo) e per ciò che sono (siamo).

La mia modalità di attivazione di questo allenamento all’uso dell’errore ha a che fare con la curiosità e con il coraggio, il coraggio dell’errante. L’errore, da questo punto di vista, diviene la chiave per aprire il Failourish, un processo per permettere l’errore, per non nascondersi, per interrogarlo e, infine, farsene qualcosa.

Lo so: la parola è inglese, è uno scioglilingua pronunciarlo e, oltretutto, neanche esiste! È nato da un moto generativo che unisce fallimento (failure) e prosperare (flourish).

Attingendo nuovamente all’etimologia delle parole, errare ha un doppio significato: errore e viaggio. Se lo portiamo al culmine possiamo addirittura aggiungerne un altro, eresia: l’allontanamento da un percorso dato ed il perseguimento di un percorso laterale, divergente che diviene per sua stessa natura innovativo.

Il viaggio è una metafora e un’azione. Estremamente potente, conduce l’uomo alla ricerca di sé per affermare ciò che è e, contemporaneamente, scoprire che cosa potrebbe ancora essere. Come io potrei essere me. Nella dimensione del viaggio, sia come azione sia come scoperta, c’è un consolidamento dell’io. Sappiamo che non si torna mai da un viaggio come si è partiti: abbiamo aggiunto, siamo cambiati, siamo diventati un pezzettino in più quell’io (quel noi) che potremmo essere.

Ogni viaggio è fatto di molte sfumature: c’è l’attesa, la scoperta, il piacere, ci sono la meraviglia e lo stupore, c’è la fatica, l’imprevisto, la disillusione, ci sono infine la nostalgia, la tenerezza, i nuovi desideri.

E così come gli aspetti piacevoli anche quelli spiacevoli fanno parte del “gioco” viaggio. Noi non siamo più abituati ad accoglierli, ad accettarli come parte integrate l’uno dell’altro. … riusciamo ad immaginare la trama di un libro, di un film, di un serial senza antagonista? Senza sfida che porta alla catarsi? No! Nondimeno, vorremmo che dalla nostra esperienza, dal nostro viaggio, dalle nostre sperimentazioni, una delle due componenti, semplicemente, non ci fosse!

E allora, dov’è che nella nostra storia abbiamo perso il contatto con l’errore?

E soprattutto perché lo abbiamo perso?

Dov’è che io nella mia storia individuale ho imparato a temere l’errore?

C’è stato un momento preciso, un’eureka negativa?

No, in tutta onestà devo dire di no! E’, al contrario, stata una piccola serie di eventi, più o meno insignificanti, più o meno passati come “si deve fare così” o peggio ancora “si fa così” che, solo ora e solo da adulta, sto faticosamente mettendo in discussione. E se ti stessi chiedendo da dove mi nasce tale esigenza di scoperta di me, dovrei assolutamente confessarti il mio peccato originale: sono imbranata, faccio gaffe, spesso sono manchevole. Accogliere gli errori e farmene qualcosa è stato l’unico mezzo (e lo è tutt’ora) per arrivare al mio personalissimo “potrei essere”!

…e che fatica! Sin qui, per me l’errore è stato un disastro allarmante, pronto a raccontare in ogni situazione che cosa poteva essere e non è stato. Mi ha portato a scegliere euristiche e scorciatoie cognitive, prima, e di azione, poi, legate all’attacco per difesa, al rimanere in superficie, al ragionamento emotivo[4], ha ritardato la presa di coscienza e la solidità.

Immagina, quindi, che soddisfazione scoprire che ci sono alcune costanti negli errori che ne definiscono il vissuto e la percezione. Ve ne cito alcune:

  • le aspettative[5]
  • il voler essere bravƏ [6]
  • il senso di reciprocità[7]
  • la mia/nostra storia personale[8]
  • il voler lasciare una traccia, l’incidere sugli eventi e sulle persone che incontro

Per me questo è forse quello più impattante: il voler generare un pezzettino di meraviglia che prima non c’era, il vedersi illuminare gli occhi della persona che mi sta davanti (fosse uno dei miei nanetti fosse una delle persona con cui lavoro). E, se nel cercare di farlo, commetto un errore il mio cervello associa questo errore alla traccia che ho lasciato: “ecco – mi dice ironico e sornione – bella la tua impronta nel mondo: un gran bell’errore!”, evidenziando quindi l’inutilità, l’inefficacia, la mancanza. Come vedi nel mio personalissimo caso, dentro l’errore ci sono tutte e 5 queste costanti intersecate ed allacciate tra loro. Per “far pace” con l’errore devo capire dove e cosa stanno rappresentando. Devo inseguire il valore.

C’è una pubblicità in rotazione in radio in questo momento che chiude dicendo “spesso finiamo per rincorrere ciò che costa invece di ciò che vale”. Capire ciò che vale anche nell’errore è la chiave per prosperare:

  • l’accettazione di sé;
  • l’apprendimento;
  • la valorizzazione;
  • la possibilità (futura o attuale) di fare qualcosa di diverso.

E questo qualcosa d’altro ha a che fare con una spinta essenziale che l’essere umano: andare oltre, scoprire il nuovo, creare/fare il nuovo, innovare. Vi ricordate il viaggio? Questo è un viaggio, metaforico ed intimo e pur sempre un viaggio, un errare.

Quante persone sono stata, sono e sarò prima di poter diventare me? Non so dirlo con certezza. Né, ahimè! so quanti e quali errori dovrò affrontare: so che sono fatti di tanti pezzettini, tanti spicchi. E ciascuno è necessario per essere me. Perché, forse, è proprio nel riconoscere ciascuno di questi pezzetti e nel dare a ciascuno libertà di essere, senza giudizio e con apprendimento che consolido la mia crescita. La mia me.

Come si traduce questo processo, questo Failourish, in azione di sviluppo?

  • In laboratori individuali (o di gruppo) in cui affrontare la self-leadership, attraverso il riconoscimento del proprio sé, il rafforzamento della propria agilità emotiva e la scoperta dei colori del proprio coraggio; la scoperta delle caratteristiche legate al proprio processo di apprendimento, attraverso la riflessione sul proprio purpose e sulla propria motivazione; infine, sulla pianificazione delle proprie possibilità presenti e future
  • In team-building in cui riconoscere il proprio ruolo, rafforzare fiducia e reciprocità, lavorare sulla capacità di utilizzare il conflitto e il cambiamento attraverso l’incertezza e la complessità
  • In processi di coaching in cui allenare antifragilità, resilienza, self-awareness, agilità emotiva e protagonismo

[1] J. Hillman, Il codice dell’anima, 1996

[2] Jorge Rubio-Vollert,

[3] M. Buscaglioni, Persona empowerment, 2007

[4] Il ragionamento emotivo descrive un tipo particolare di distorsione cognitiva. Impiegato per la prima volta negli anni ’70 da Aaron Beck, il fondatore della terapia cognitiva, descrive l’identificazione tra emozione e reazione, e tra reazione  e realtà ( ad es.: “urlo perché sono arrabbiato”).

[5] Divise in quattro categorie: quelle che io ho su di me, quelle che gli altri hanno su di me, quelle del che credo che gli altri abbiano su di me, quelle sul risultato

[6] Legato al sentirsi riconosciuto per quello che si fa o si è fatto, veder valorizzato il proprio contributo e difenderlo nel caso reputiamo che non è correttamente compreso o valutato

[7] Ossia il contesto, la relazione, ciò che per le organizzazioni si racchiude dentro al concetto di “cultura” aziendale

[8] Fatto di regole, i permessi, i divieti, emozioni, successi e premi ed anche di sconfitte, fatto insomma delle esperienze di vita di ciascuno di noi, sono i quaderni con le scritte rosse e blu della maestra – ve li ricordate? – oppure verdi e viola   erano per le riflessioni personali e gi spunti davvero validi, ne avete mai avuti? -, sono le urgenze cui siamo stati chiamati e le sfighe che ci hanno colpito e soprattutto questo sono le nostre reazioni a tutto ciò

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